Le ultime tornate elettorali sono state caratterizzate dal tema dall’astensionismo; i toni accesi da curva sud rispetto al referendum sulla giustizia, rischiano di far scivolare nella stessa tendenza, chiaramente voluta, dell’allontanamento dell’elettore dalle urne. Trasformare in un giudizio popolare pro o contro il Governo, quando stiamo trattando una tematica che tocca la vita reale di tutti i cittadini è una strategia scorretta e poco rispettosa verso l’elettore. E forse proprio questo inganno, intenzionalmente determinato, mi ha dato una forte spinta che da tempo non sentivo per gli appuntamenti referendari, mi ha provocato quella voglia di partecipare per votare convintamente Si. Quella della separazione delle carriere dei magistrati, inquirente e giudicante, era una battaglia storica della sinistra liberale e riformista, dei radicali, per una riforma che, introdotta durante il fascismo e superata in tutti i Paesi europei di stampo moderno, ci lascia sempre fuori dall’Europa. Ora il mondo si è capovolto, al punto che l’attuale Governo con il ministro della Giustizia in prima fila, la ripropone insieme ad altre norme che compongono una riforma, sbattendo di fronte ad un muro che è di tipo ideologico ed anche di potere. Non bisogna essere esperti di diritto per poter esprimere un’opinione, basta diventare cittadini attenti e consapevoli. E se non fosse sufficiente, possiamo guardare all’onestà intellettuale e competenza del grande Sabino Cassese, il giurista sui cui testi ognuno di quelli che come me si è laureato in giurisprudenza, ha potuto apprezzarne il lavoro, o Augusto Barbera, persona di riferimento da sempre del mondo progressista, fino a Marco Minniti, già ottimo Ministro degli Interni, solo per citarne alcuni. Tutte persone molto pragmatiche a cui non interessano le contrapposizioni ideologiche ma guardano al nocciolo del tema, nei confronti di un sistema giudiziario italiano profondamente malato e su cui questa riforma è solo il primo atto di un cambiamento necessario per uno Stato che si possa definire moderno. La separazione delle carriere rafforza l’indipendenza della magistratura e forse è proprio questo uno dei cardini del problema, perché i magistrati, quelli profondamente politicizzati, non vogliono essere indipendenti, preferiscono essere parte attiva e passiva di quel condizionamento politico che rafforza entrambe le categorie. Purtroppo, la nostra giustizia si è troppo politicizzata, le correnti politiche hanno distrutto un sistema che non guarda mai al cittadino perché le persone sono l’elemento debole di un sistema che si fonda sulle contrapposizioni di potere, il cui risvolto più negativo è proprio quello degli annosi tempi infiniti di una giustizia che non ha più il diritto di chiamarsi come tale. E poi quando quasi l’intera classe dei magistrati si oppone fortemente a questo referendum chiedendo di andare a votare no, allora è questo il momento di rispondere perché siamo certi che c’è una casta che cerca solo di difendere dei privilegi che ora non sono più ammissibili, né per loro né per qualsiasi altra forma di potere.
Pensatore intermittente , sempre condizionato dal cuore , vincolato da un incurabile senso di giustizia. Ha vissuto una vita divisa fra la passione per la politica e la concretezza dell’impegno lavorativo. Ha ricoperto diversi ruoli politici che gli hanno permesso di provare a mettere in pratica le sue idee facendolo scontrare con i muri dell’indifferenza e dell’individualismo. Ora fa l’opinionista per una rivista on line, Perugia Today, come osservatore vicino e distante rispetto al mondo che ci circonda. .
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